Vito Calabretta

calabretta

Perchè ti dovrei ascoltare, professore?

Occorre innanzi tutto precisare che il verbo “dovere” non va affatto inteso
in quanto obbligo, giacché non soltanto una costrizione di tale genere sa-rebbe
affatto controproducente, ma nemmeno noi disponiamo più del si-stema di valori
adatto all’uopo di costringere, né di fatta ideologica, né di altra.
Il verbo, “dovere”, va dunque nel mio caso inteso come impulso ad una azione
vitale, di risposta alla curiosità, un impulso che asseconda una lie-ve sete, o
appetito, a esprimere ed esperire, condividendolo, un percorso di conoscenza. È
quella accezione del verbo “dovere” che noi usiamo quando diciamo: “devo”
proprio fare una passeggiata. Oppure, quando pensiamo: “devo” capire perché…
Ciò che io propongo è, quindi e appunto, la condivisione di un percorso di
conoscenza che si fonda sul confronto tra i rispettivi saperi e le rispettive
esperienze. Non voglio, certo, sia chiaro, confondere oltremodo i ruoli, an-zi
chiedo che, nel patto che dobbiamo stabilire, i ruoli siano mantenuti e che il
rispetto di questi sia effetto, o meglio frutto, del rispetto reciproco, dell’
interesse vivo per ciò che possiamo apprendere dall’altro: evitare quindi il
chiacchiericcio fuori luogo, l’eccessiva concentrazione su pratiche estranee
come sarebbe il progetto di un’opera o ancora il mettere le mani al di sotto
delle mutandine del vicino o della vicina, perché tutto ciò, per quanto possa
essere piacevole in sé, comporta una distrazione che altera quel fatto.
Non voglio quindi confondere ma auspico un interscambio dei ruoli: come in
tutte le buone tradizioni formative, il docente può diventare discente e
viceversa, seppur all’interno di una esperienza circoscritta come la scrittu-ra
di un poema, l’illustrazione di un paesaggio, la pronuncia di un lemma o il
racconto di una sfida personale.
La condizione alla quale dobbiamo tutti rispondere è che tale esperienza sia
utile alla formazione che vogliamo darci.
È questo il motivo per il quale mi sto esprimendo in uno specifico modo,
curando un particolare tipo di forma scritta: la cura della forma, una volta
che si è deciso quale forma curare, è importante.
Detto questo, anticipo qui alcuni dei temi che propongo di affrontare, pre-
sentandone solo un titolo, un cenno evocativo. Un primo tema è che la storia è
un racconto. Un secondo tema è che la cronologia è importante e aiuta ma non
esaudisce l’appetito di storia. Vi è poi l’opera, che va condi-zionata alla sua
cornice, fatta di consenso, di poetica, di forma e di defini-zione e all’
interno di tale cornice è possibile definire concetti come classi-co, moderno,
primitivo, arte.
Poi ci sono le esperienze, i processi, l’analisi dell’espressione sempre co-
me fenomeno culturale, il radicamento dell’attuale e del moderno nel pro-cesso
storico e molte altre avventure che non sono del tutto avulse dalle mutandine
ma che merita sperimentare in sede separata.

Mi piacerebbe continuare parlando di respiri e margherite, di vette e ma-ree,
di siepi e altro, ma il foglio sta per finire e un pur piccolo spazio è be-ne
lasciarlo.

post-it1

Commenti autografi dei visitatori lasciati sui post-it durante la mostra.

*26/04/09 leggere il tutto… trattenere… il necessario. Paolo VI

*insegnare… segnare dentro. Riflettiamoci…

*troppo arancione!!!

*Grande Vito sempre di cuore. Sempre uno studente, un ragazzo tra ragazzi anche se a volte sta dietro alle cattedre.

*9 tema ben svolto… carino il generale senso di ‘astratto’ che percorre il testo… Bravo! Francesco

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